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27/03/2017 | 13:24

Riflessioni a margine di un fatto di cronaca che ha 'scosso' la cittadina di Alezio: quando la vittima di un abuso deve avere il coraggio di scappare dalle mani del carnefice per consegnarsi alle labbra della folla.


Un padre avrebbe abusato per anni della figlia


Alezio. In un piccolo paese la notizia di una famiglia spezzata, prima che sulla carta stampata dei giornali, la si legge nei bisbiglii delle persone. Odore di polpette, di bucato e di parole troppo forti quelle che annusavo nell’aria ieri mattina. Stendevo la biancheria in giardino e una vicina anziana chiacchierava animatamente con una sua amica, le finestre erano aperte e le bocche spalancate. Discutevano dell’ultimo scandalo che ha fatto tremare il paese, una storia triste: pare che un uomo di 45 anni abbia abusato per cinque lunghi anni della figlia, ora diciassettenne.
 
Le notizie raccontate dalle vecchie hanno un sapore completamente diverso dalle notizie che leggiamo sui giornali, le anziane comari non badano alle normative sulla privacy mentre scandiscono i nomi ed i cognomi di vittime e carnefici ed hanno grande fantasia mentre, con le mani impegnate a stringere la moka, in barba ad ogni garantismo, elencano le innumerevoli torture a cui sottoporrebbero il presunto artefice di un misfatto: nel menù della redenzione, amputazioni genitali e sodomie con gli utensili da cucina sono le punizioni attualmente più quotate.
 
Non avevo occupato nemmeno mezzo stendino che già conoscevo la storia completa e senza censure di un nucleo famigliare devastato. Lui- il padre- ha un handicap fisico, fa parte di questa e di quella associazione, ha una buona manualità e cinque anni addietro ha fatto questo e due anni fa ha fatto altro. E la vittima? La vittima in un paese, anche se minorenne, non ha il volto oscurato. Ha anche lei un nome, ha un cognome ed ha un profilo Facebook probabilmente preso d’assalto dalle dita leste dei più curiosi. Nei paesi funziona così, diciamocelo. Croce e delizia il conoscersi tutti, è impensabile denunciare il tuo aggressore senza mettere in conto che da quel momento in avanti ti saranno tatuati addosso gli odori ed i rumori delle notti che vorresti dimenticare.
 
Quando parliamo di abuso abbiamo in mente una definizione ben precisa, consegnataci dalla televisione e dai quotidiani. Ma quando l’abuso è nelle chat di Whatsapp di tutte le nostre compagne di scuola e luccica negli occhi dispiaciuti del benzinaio come possiamo definire il nostro dolore? Quando ci vengono schiacciate sulle spalle pacche che hanno il calore del conforto ma anche il peso della pietà come sopportare la prospettiva di essere “vittime” per sempre?
 
Esiste la definizione di un abuso che, oltre a lacerarci la pelle, ci cuce sui vestiti la “A” scarlatta di “abusata”?
 
Basta la parola  “incubo” per raccontare la storia di questa 17enne? Io credo che subire un abuso sessuale in un piccolo paese del sud, in una di comunità dove ci si conosce tutti, sia molto più che un incubo.
Cosa vuol dire essere la vittima, in un piccolo paese? Vuol dire che per denunciare il tuo aggressore devi avere il doppio della forza usualmente richiesta da circostanze simili: devi avere il coraggio di puntare il dito contro il tuo aguzzino ma anche l’audacia di consegnare la tua storia alla bocca della folla. Corrono velocissime le novità e, inarrestabili, si gonfiano passando di labbro in labbro fino a trasformarti in protagonista di un film di cui ignori il finale.
 
Ma a 17 anni si è pronti ad una parte così impegnativa? A 17 anni te lo aspetti, mentre confidi per la prima volta a qualcuno le molestie che hai subito, che presto le dinamiche del “sentito dire” ti trasformeranno in un argomento da caffè? Te lo aspetti che il vortice delle cose funziona così e che devi scegliere tra il restare vittima del tuo carnefice o diventare vittima del pettegolezzo spietato della mia vicina di casa?
 
Un meccanismo perverso di cui non si può incolpare nessuno, io stessa sono andata a guardare i profili Facebook dei protagonisti di questa terribile storia e l’ho fatto perché gli strumenti digitali che abbiamo tra le mani sono canali di morbosità. L’ho fatto come lo hanno fatto centianaia di altri compaesani, alla ricerca di un indizio, di un’ipotesi di sospetto. Se le tende sono troppo spesse per guardare in casa degli altri niente paura, ci pensano i social network.
 
Nei paesini le offese subite hanno una doppia brutalità: sei una vittima davanti allo specchio e sei una vittima agli occhi di tutti. Combatti con la tua vita strappata in mille pezzetti ma anche con il vortice di parole della gente che sparpaglia e confonde le tessere del puzzle.
 
Intanto, mentre nella cucina della vicina il presunto stupratore è stato condannato ad otto ergastoli e alla dannazione eterna, io ho finito di stendere i panni e mi chiedo se la ragazza protagonista della vicenda riesce ancora a chiamare il padre “papà” o se ha inventato un nomignolo offensivo per rendere più sopportabile il dover continuamente rendere conto dei fatti probabilmente  consumatisi nella sua cameretta.
 
La vicina ha cambiato argomento, adesso è il turno di un ragazzo morto in un incidente stradale. E intanto un padre è in carcere, una figlia è in una casa famiglia e una famiglia si è disintegrata. E intanto quella ragazzina avrà perso le sue abitudini e la voglia di passeggiare nel suo paese per evitare gli sguardi indiscreti puntati sulla sua “A” scarlatta di “Abusata”.
 
Resisti, piccola e sconosciuta amica, non resta che far ticchettare le lancette dell’orologio fino al giorno in cui una nuova notizia dipingerà nuovi interrogativi sulle fronti corrucciate della gente, bisogna dare il tempo ai panni stesi di asciugare e poi tutto sarà dimenticato.
 
Tutto sarà dimenticato da tutti, tranne che da te. Mentre il paese dimentica, tu, se puoi, perdonaci tutti.
 
di Armenia Cotardo




Autore: A cura della Redazione

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